La Sassonia estende il divieto di smartphone: cosa devono sapere le scuole
Dal 10 marzo 2026 è ufficiale: la Sassonia estende il divieto di smartphone nelle scuole statali a tutti gli anni di corso fino all’ottava classe. Quanto finora valeva solo per le scuole primarie, dopo le vacanze estive riguarderà anche le scuole secondarie e i ginnasi. Per oltre 2.000 scuole sassoni si pone ora una domanda molto concreta: come funzionerà nella pratica quotidiana?
Cosa ha deciso esattamente la Sassonia?
Dal semestre scolastico in corso gli smartphone privati sono già vietati nelle scuole primarie sassoni. Il ministro della cultura Conrad Clemens (CDU) ha ora annunciato un’estensione significativa di questa regola. A partire dal prossimo anno scolastico, dopo le vacanze estive, anche gli studenti delle classi dalla 5ª all’8ª non potranno più utilizzare i propri dispositivi privati. Il divieto riguarda esclusivamente l’uso privato: i media digitali possono continuare a essere utilizzati nelle lezioni.
Clemens vede il passo come parte di un concetto più ampio. Collega esplicitamente il divieto di smartphone al dibattito in corso sul divieto di social media per i minori di 14 anni. Inoltre la Sassonia prevede un «patentino dei media» (Medienpass) per le classi dalla 5ª all’8ª, in cui temi come disinformazione, social media e giochi online vengono trattati in modo adeguato all’età. Il messaggio: meno cellulari privati, più competenza mediatica.
Con questa scelta la Sassonia non è sola. L’Assia ha creato dall’agosto 2025 con le «zone di protezione dagli smartphone» (Smartphone-Schutzzonen) un obbligo di legge. Nello Schleswig-Holstein vige dal 2023/24 il divieto dell’uso privato dei cellulari nelle scuole primarie, con prevista estensione alle scuole secondarie. Il tema è discusso anche a livello europeo: nel maggio 2025 i ministri dell’istruzione dell’UE hanno messo in agenda il divieto di smartphone e i limiti d’età per l’accesso ai social.
I numeri: perché le scuole devono agire ora
La decisione politica non arriva dal nulla. Segue una serie di studi che dipingono un quadro preoccupante.
L’attuale studio longitudinale della cassa malattia DAK e dell’Universitätsklinikum Hamburg-Eppendorf (UKE) – la settima ondata di rilevazione dall’inizio della pandemia – mostra: oltre il 25 per cento di tutti i bambini e ragazzi tra i 10 e i 17 anni in Germania presenta un uso rischioso o patologico dei social media. Si tratta di circa 1,3 milioni di giovani. Nonostante un lieve calo nell’ultimo anno, i valori si attestano ancora ben sopra il livello pre-pandemia del 2019.
Lo studio OCSE «Vivere meglio: il benessere dei bambini in un mondo digitale» integra il quadro: il 98 per cento dei quindicenni nei paesi OCSE possiede uno smartphone. Anche il 70 per cento dei decenni. Sei quindicenni su dieci nei giorni di scuola superano il limite raccomandato di due ore di tempo davanti allo schermo, solo nel tempo libero. Più della metà dei quindicenni passa oltre 30 ore alla settimana online.
La Leopoldina – l’Accademia Nazionale Tedesca delle Scienze – ha portato il dibattito su una base scientifica nell’agosto 2025 con un documento di discussione di 70 pagine. La raccomandazione degli scienziati: l’uso degli smartphone privati nelle scuole dovrebbe essere vietato fino alla decima classe inclusa. Inoltre, per i minori di 13 anni non dovrebbero essere possibili account social, e tra i 13 e i 15 anni solo con il consenso dei genitori.
Nico Charlier, medico specialista in psichiatria infantile e adolescenziale a Berlino, porta la prospettiva clinica: nella pratica psichiatrica per bambini e adolescenti si osserva un forte aumento dei disturbi psichiatrici. I bambini che ricevono uno smartphone hanno di norma avuto, entro i primi due anni, accesso a ogni tipo di contenuto, dal pornografico al violento.
Cosa accade davvero in classe
Le statistiche descrivono il problema a livello macro. Ma cosa significa concretamente lo smartphone nella quotidianità scolastica? Quattro scenari che gli insegnanti in tutta la Germania vivono ogni giorno:
L’uso nascosto. Uno studente tiene lo smartphone sotto il banco e digita un messaggio. L’insegnante se ne accorge, interrompe la lezione, ne discute. Tre minuti di lezione persi, per una sola situazione. Alexander Kraft del Ministero dell’Istruzione dello Schleswig-Holstein descrive così il problema: bambini e ragazzi non riuscirebbero a staccarsi dal cellulare nemmeno durante la lezione, giocando di nascosto o scambiandosi messaggi. Proiettato su una giornata scolastica di sei ore, simili interruzioni possono facilmente costare 20 minuti di lezione che non tornano più indietro.
La pressione sociale. Tra una lezione e l’altra la maggior parte tira fuori lo smartphone. Chi non ne ha o consapevolmente non lo usa, di colpo si ritrova in disparte. Bambini e ragazzi raccontano di sentirsi costretti a usare il cellulare per non essere esclusi. Il divieto toglie questa pressione a tutti gli studenti contemporaneamente: nessuno deve giustificarsi.
Il problema della responsabilità. Un’insegnante raccoglie 30 smartphone e li mette in una scatola sulla cattedra. Durante la pausa un dispositivo sparisce. Valore: oltre 1.000 euro. Chi è responsabile? L’insegnante che ha raccolto? La scuola? L’ente proprietario? Questa domanda non è giuridicamente risolta in modo definitivo, ed è proprio per questo che molti insegnanti evitano di raccoglierli. Il sindacato GEW critica giustamente che gli insegnanti non dovrebbero avere il compito di applicare il divieto e di risolvere i conflitti che ne derivano.
La notifica. Uno smartphone vibra in tasca. Lo studente sa che è arrivato un messaggio. Da quel momento la sua attenzione non è più sulla lezione, ma sulla domanda di cosa contenga il messaggio. Uno studio molto citato della University of Texas at Austin (Ward et al., 2017) ha dimostrato il cosiddetto effetto «brain drain»: la sola presenza di uno smartphone nel campo visivo riduce le risorse cognitive disponibili, anche se è spento. Non basta il silenzioso, non basta capovolgerlo: deve essere fisicamente rimosso, perché il cervello possa sfruttare la sua piena capacità.
L’effetto psicologico: quando il cellulare sparisce, arriva la calma
Cosa succede quando gli smartphone scompaiono in modo coerente dalla vita scolastica? Gli effetti vanno ben oltre la semplice riduzione delle distrazioni.
Sollievo invece che restrizione. Sorprende molti adulti: bambini e ragazzi spesso non percepiscono un divieto chiaramente applicato come una punizione, ma come un sollievo. Perché? Perché per molti lo smartphone non è più da tempo un oggetto di svago: è una fonte di tensione permanente. Il prossimo messaggio, la prossima storia, la prossima reazione. Chi non risponde, perde qualcosa. Chi non posta, diventa invisibile. Questa pressione corre tutto il giorno – anche durante la lezione, anche in pausa, anche nel cortile della scuola.
Quando lo smartphone è in una cassaforte, questa pressione cessa completamente per sei ore. Non perché qualcuno la vieti, ma perché semplicemente non è disponibile. Nessun bambino deve giustificare perché non risponde. Nessun bambino deve scegliere se guardare il cellulare o seguire la conversazione. La decisione è già stata presa, e per molti questo è un autentico sollievo.
La FOMO sparisce – per tutti contemporaneamente. La «paura di perdersi qualcosa» (Fear of Missing Out) è uno dei più forti motori psicologici dell’uso dello smartphone tra i giovani. Cosa sta succedendo in quel gruppo WhatsApp? Qualcuno ha postato una storia? La mia foto è stata messa «mi piace»? Questi pensieri scorrono permanentemente sullo sfondo, anche quando il cellulare è in tasca. La cosa decisiva del divieto: funziona solo se vale per tutti. Se un singolo studente mette via il cellulare, perde qualcosa. Se tutti i cellulari sono in cassaforte, nessuno perde nulla, perché non c’è nulla da perdere. La FOMO funziona solo quando gli altri sono online. Quando nessuno è online, la pressione si dissolve.
Il confronto cessa. Instagram, TikTok, Snapchat: queste piattaforme vivono del fatto che gli utenti si confrontano. Chi ha più follower? L’outfit di chi è migliore? Chi è stato dove nel weekend? Per gli adulti è già pesante. Per i dodicenni, che stanno appena sviluppando la loro immagine di sé, può essere devastante. Il prof. Rainer Thomasius, responsabile dello studio DAK e direttore medico del Deutsches Zentrum für Suchtfragen des Kindes- und Jugendalters (Centro tedesco per le dipendenze dell’infanzia e dell’adolescenza) presso l’UKE, vede una connessione visibile tra uso dei social e disagi psichici come la depressività. Una giornata scolastica senza smartphone è una giornata scolastica in cui nessun bambino deve confrontarsi con immagini filtrate degli altri. Sei ore in cui il proprio valore non si misura in like.
Il cyberbullismo si ferma alla porta della scuola. Uno dei problemi più pressanti nelle scuole è il cyberbullismo, e spesso accade proprio lì: nel cortile, in classe, in pausa. Una foto scattata di nascosto e pubblicata in un gruppo. Uno screenshot di una chat fatto girare. Un video offensivo girato durante la lezione. Tutto questo richiede uno smartphone. Quando i dispositivi sono custoditi al sicuro, manca lo strumento per questa forma di violenza. Non risolve tutti i conflitti, ma toglie al bullismo lo strumento più importante.
Responsabilità personale invece che controllo esterno. C’è una grande differenza psicologica tra «la maestra mi toglie il cellulare» e «sono io a chiudere a chiave il mio cellulare». Nel primo caso nasce dispetto. Nel secondo nasce responsabilità. Quando uno studente mette autonomamente lo smartphone in una cassaforte e sceglie da solo il codice, prende una decisione attiva. Non viene controllato: si controlla da sé. È esattamente quella capacità di autoregolazione che il ministro Clemens vuole rafforzare nei bambini. Ed è una competenza che agisce ben oltre la scuola: la gestione consapevole del proprio consumo di media.
Le pause tornano a essere pause. Osservate una volta un cortile scolastico durante la grande pausa. In molte scuole gruppi di ragazzi stanno insieme, ognuno con lo sguardo sul proprio smartphone. Le conversazioni avvengono parallelamente allo scrolling, spesso poco più di uno scambio su quello che si vede sullo schermo. Senza smartphone i bambini parlano tra loro. Giocano. Si muovono. Imparano a risolvere i conflitti nel dialogo diretto invece che con messaggi. Quello che suona banale, in molte scuole non è più affatto scontato.
Lo studio DAK ha analizzato per la prima volta il fenomeno del «phubbing», una crasi di «phone» e «snubbing» (snobbare). Risultato: il 35 per cento dei ragazzi si sente ignorato dall’uso dello smartphone da parte di altre persone. Per un quarto di loro questo ha già causato conflitti sociali. I bambini spesso colpiti dal phubbing mostrano valori misurabilmente più alti di solitudine, depressività e ansia. Anche i genitori riportano fenomeni simili: il 29 per cento si è già sentito ignorato dai propri figli.
La concentrazione torna. Il cervello umano non è fatto per il multitasking, tantomeno il cervello in via di sviluppo di un adolescente. Ogni notifica, ogni vibrazione, persino la sola consapevolezza che lo smartphone è a portata di mano, occupa risorse cognitive. Quando l’apparecchio è in una cassaforte nel corridoio, è davvero via – non solo silenziato, non solo capovolto sul tavolo, ma fisicamente rimosso. Solo allora il cervello può concentrarsi pienamente sulla lezione. La capacità di concentrazione profonda è allenabile, ma solo se mancano le interruzioni costanti.
Sonno che inizia il giorno prima. Un aspetto spesso trascurato: molti ragazzi usano lo smartphone fino a tarda notte. Lo studio DAK mostra che il 40 per cento dei genitori non regola in misura sufficiente la durata dell’uso dei media. Conseguenza: i bambini arrivano a scuola affaticati. Un divieto di cellulare durante l’orario scolastico non risolve direttamente il problema serale, ma lancia un segnale. Mostra ai bambini che ci sono tempi e luoghi in cui lo smartphone non appartiene. Questa esperienza può trasferirsi alla sera: se non mi serve per sei ore a scuola, forse non mi serve nemmeno fino a mezzanotte a letto.
Cosa rimane quando lo schermo è spento? Forse l’effetto più importante: i bambini riscoprono chi sono senza il loro smartphone. Non il numero di follower, non l’ultima storia, non il tempo di reazione ai messaggi, ma ciò che davvero sanno fare, davvero pensano, davvero sentono. Una giornata scolastica senza smartphone non è un giorno perso: è un giorno in cui i giovani hanno la possibilità di vivere se stessi senza filtro digitale.
La critica della GEW: legittima – ma risolvibile
Il sindacato GEW (Gewerkschaft Erziehung und Wissenschaft, sindacato dell’educazione e della scienza) ha criticato duramente l’iniziativa del ministro Clemens. La presidente della GEW Claudia Maaß ha parlato di «pura politica di profilazione» e ha lamentato che dirigenti scolastici e insegnanti abbiano appreso dei piani dai media. Resterebbe poco chiaro chi debba far rispettare il divieto nella vita scolastica, in tempi di interruzioni didattiche, carenza di personale e crescente carico di lavoro.
Questa critica tocca un punto dolente. Perché un divieto di smartphone funziona solo se le scuole hanno una risposta pratica a una semplice domanda: dove mettere 30 smartphone per classe?
In tasche e zaini gli apparecchi non sono custoditi in modo sicuro – e la tentazione di guardarli di nascosto rimane. La raccolta da parte degli insegnanti genera proprio quelle questioni di responsabilità e quei conflitti contro cui la GEW mette in guardia. Armadi o casse chiudibili richiedono la gestione delle chiavi. Nessuna di queste soluzioni è davvero praticabile nella quotidianità scolastica.
La soluzione deve soddisfare tre criteri: deve essere sicura (niente furti, niente responsabilità), deve funzionare senza oneri per gli insegnanti e deve promuovere la responsabilità degli studenti invece di esercitare un controllo.
WardHub: cassaforte per smartphone con reset automatico del codice
Proprio per questo problema abbiamo sviluppato il WardHub – una cassaforte compatta per smartphone in acciaio temperato da 2 mm, installata a parete in classe o nel corridoio.
Il principio è volutamente semplice: ogni studente chiude il proprio smartphone con un codice PIN scelto liberamente. Dopo la lezione apre lo scomparto e il codice si resetta automaticamente (modalità Public). La volta successiva il prossimo studente sceglie un nuovo codice. Niente raccolta, niente chiavi, niente gestione.
Per gli insegnanti questo significa: zero oneri. Un PIN master consente in qualsiasi momento l’accesso d’emergenza a tutti gli scomparti, senza disturbare lo svolgimento regolare.
E per gli studenti? Vivono il fatto di avere essi stessi il controllo. Chiudono, riaprono. Non è un sequestro – è un assumersi la responsabilità. Esattamente ciò che ci aspettiamo dai giovani.
Una giornata scolastica con WardHub
7:45 – Arrivo. Gli studenti entrano nell’edificio scolastico. Nel corridoio i WardHub sono fissati al muro. Ogni studente apre uno scomparto libero, vi ripone il proprio smartphone, sceglie un codice di quattro cifre, chiude lo sportello. Durata: 10 secondi.
Dalle 8:00 alle 13:00 – Lezione. Niente smartphone in tasca, niente vibrazioni, nessuno sguardo nascosto sotto il banco. L’insegnante insegna. Gli studenti sono sul pezzo.
9:30 – Pausa lunga. Gli studenti vanno in cortile. Senza smartphone. Parlano, giocano, si muovono. Niente phubbing, niente confronto, niente pressione.
13:00 – Fine delle lezioni. Gli studenti vanno al WardHub, inseriscono il proprio codice, prelevano lo smartphone. Il codice si resetta automaticamente. Lo scomparto è pronto per il giorno successivo, per il prossimo studente.
Cosa percepisce l’insegnante di tutto questo: nulla. Niente raccolta, niente distribuzione, niente chiavi, niente discussioni, niente responsabilità. L’intero processo è nelle mani degli studenti.
Dati tecnici
- Dimensioni: 200 × 134 × 70 mm
- Peso: 1,8 kg
- Materiale: acciaio temperato da 2 mm, verniciato a polvere, antivandalismo
- Serratura: codice PIN elettronico, protetta dall’acqua (IP65)
- Alimentazione: 3 × batterie AAA + alimentazione di emergenza USB-C
- Montaggio: 3 punti di fissaggio a parete, materiale incluso, nessun tecnico necessario
- Superficie: verniciata a polvere, resistente alle intemperie
Quanto costa l’allestimento?
Il WardHub è disponibile a partire da 82,24 € netti al pezzo. Per fare un confronto: un solo furto di 30 smartphone degli studenti può facilmente costare oltre 15.000 €. L’allestimento WardHub per la stessa classe è una frazione di tale importo.
L’acquisto è finanziabile come infrastruttura digitale tramite il DigitalPakt 2.0 (programma di finanziamento federale tedesco per la digitalizzazione delle scuole). In alternativa il finanziamento può essere effettuato tramite il rispettivo ente proprietario della scuola. Supportiamo volentieri le scuole nell’associazione al programma di finanziamento adatto.
Vedi anche il nostro comunicato stampa: Sassonia – divieto di smartphone fino all’ottava classe – WardHub offre alle scuole la prima cassaforte per smartphone per la classe.
Provatelo gratuitamente
Mettiamo a disposizione delle scuole un dispositivo di prova per 14 giorni in modo gratuito e senza impegno. Provate il WardHub nella vostra quotidianità scolastica e decidete dopo.
Telefono: 030 208 483 15
E-mail: schule@wardhub.de
Web: www.wardhub.de